TESI DI GENNAIO: DAL “LAVORO ATIPICO” ALL’IMPRENDITORIALITÀ PRECARIA

01/09/2010
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Lo sportello di consulenza PopLab (http://www.poplab.it) , di cui chi scrive ha fatto parte, ha svolto dal 2001 al 2009 un’ininterrotta attività di ricerca nel territorio bolognese ed emiliano-romagnolo. Tale attività – svolta sia in collaborazione con la pubblica amministrazione che autonomamente – ha riguardato l’ambito del lavoro precario e, in particolare, i settori di quest’ultimo generalmente accorpabili sotto la definizione di “creativi” (web, cultura, entertainment, formazione, marketing, commercio, turismo). Ciò ha permesso di capitalizzare un significativo patrimonio di dati. Dall’analisi di alcune costanti emerse nel corso degli anni e dal confronto di queste ultime con una serie di dati nazionali, sono quindi scaturite alcune tesi sociologiche e politico-amministrative, che possono essere così riassunte:
  • Non si può individuare e definire il lavoro precario su basi esclusivamente giuridiche e sindacali e non si può identificare il lavoro precario esclusivamente con il lavoro parasubordinato (co.co.pro. et similia). Infatti i lavoratori autonomi, quelli svolgenti prestazione occasionale e, infine, i lavoratori costretti in una condizione di sommerso o semi-sommerso, sono espressione della medesima questione sociale (intermittenza reddituale, assenza di tutela previdenziale, difficoltà di accesso al credito) ed operano molto spesso nei medesimi settori produttivi. Di conseguenza, fra le innumerevoli quantificazioni esistenti oggi sul lavoro precario, la più corretta risulta essere quella formulata dal sociologo Luciano Gallino nel saggio Il lavoro non è una merce, laddove si valuta che il numero dei precari è attestabile entro una cifra oscillante fra i 10 e gli 11 milioni di persone.

  • La tesi di cui sopra mette dunque in luce l’esistenza d’uno strato sociale che è, sul piano normativo e giuridico, eterogeneo ed aleatorio. Ciò induce pertanto a sostenere che le modalità d’intervento istituzionale ed amministrativo non debbano riguardare tanto la branca del sindacalismo e del giuslavorismo, bensì l’ambito delle politiche sociali e, ancor più specificamente, dei diritti di cittadinanza. Diversamente, si correrebbe il rischio di progetti amministrativi o legislativi che – come più volte accaduto negli ultimi anni – riguardino soltanto il 15-20% della galassia precaria. In altre parole, l’azione politico-amministrativa sul lavoro precario deve avere come oggetto tutti i cittadini che, semplicemente, abbiano in comune le seguenti quattro caratteristiche: a) non avere un impiego fisso; b) avere una prospettiva scarsa o nulla di capitalizzare una futura pensione; c) soffrire la difficoltà o l’impossibilità di metter su famiglia e/o di procreare; d) faticare o non riuscire affatto ad accedere al credito.

  • Il lavoro precario – a differenza di quanto esprime la vulgata sia del dibattito politico-mediatico, sia della produzione teatrale e cinematografica inerente al tema – non coincide interamente con il lavoro dipendente. Anzi, il lavoro autonomo – o per meglio dire auto-imprenditoriale – costituisce quasi la metà del lavoro precario nel suo complesso. Questo è rilevabile a partire sia dall’aumento di partite Iva a basso fatturato conseguente alla Legge Biagi, sia dal fatto che il 40% dei dipendenti, in Italia, opera entro imprese aventi una media di 2,7 addetti (il che lascia supporre, come suggerisce il sociologo Sergio Bologna, un significativo numero di autonomi associati fra loro). Inoltre, i giovani svolgenti attività creative intessono rapporti temporanei con più committenti nel quadro d’una progettualità personale che – anche qualora si traduca formalmente in momentanei contratti subordinati – esprime comunque un approccio autonomo ed auto-imprenditoriale al mercato del lavoro. Tutto questo induce pertanto a sostenere che, perlomeno presso le giovani generazioni, si stia verificando una identificazione progressiva fra lavoro precario e lavoro autonomo.

  • Tutto questo ci porta alla formulazione del concetto di imprenditorialità precaria, in quanto segno distintivo della nuova composizione del lavoro. Tale concetto potrebbe apparire ad alcuni come un ossimoro ma invece, alla luce di quanto esposto, pensiamo risulti difficile scorgere, oggi, una locuzione più puntuale ed immanente.

  • Dalla comparazione di differenti rilevazioni statistiche (Censis e Unioncamere, fra le altre), si evince che i settori assorbenti in misura maggiore i nuovi ingressi nel mercato del lavoro – quindi i giovani – siano quelli genericamente definibili come “creativi”. Non è possibile elaborare un dato quantitativo certo e, inoltre, la statistica esclude alla partenza lo sterminato ambito del sommerso e del semi-sommerso. Ciò malgrado, è possibile formalizzare un’ipotesi secondo cui il lavoro creativo“regolare” potrebbe rappresentare oltre il 30% del lavoro precario in entrata e, qualora vi si addizionasse l’ambito del sommerso, tale percentuale non potrebbe far altro che aumentare. Pertanto, sul piano politico-amministrativo gli ambiti che un tempo afferivano alle politiche culturali e alle politiche giovanili risultano, oggi, assai più riconducibili alla sfera delle politiche sociali e, in misura non certo inferiore, a quella delle attività produttive: difatti, se le percentuali d’occupazione nei settori creativi esprimono un tale indice di crescita, appare ovvio che le politiche di sviluppo non possono più continuare a limitare il proprio intervento entro i soli ambiti industriale, infrastrutturale e tradizionale in genere.

  • L’espansione del lavoro creativo coinvolge, ovviamente, anche l’ambito occupazionale della cultura. Questo porta, in una prospettiva di lungo termine, al fatto che le politiche sul lavoro precario si sovrappongano alle politiche culturali e che rechino altresì il germe della progressiva abolizione di quest’ultime. Infatti e in primo luogo, la “cultura” come settore d’occupazione è oggi sempre più sussunta da un macro-settore definito più genericamente come “creativo”. Questo a causa di due fenomeni: a) l’ibridazione fra il mercato delle nuove tecnologie e quello dei contenuti culturali che queste ultime veicolano; b) la trasversalità delle competenze che da tutto questo deriva e che fa sì, quindi, che registi video siano anche web-engineer, grafici web siano anche disc-jockey e così via. In secondo luogo, la contrazione dei trasferimenti dello Stato verso i Comuni ha reso oramai impossibile la politica dei “finanziamenti a pioggia” agli operatori culturali di un dato territorio; d’altro canto, però, le politiche selettive ed elitarie basate sui “grandi eventi” non sembrano generare in alcun modo continuità, innovazione, occupazione, sviluppo; le politiche culturali, insomma, si stanno trascinando entro una strada apparentemente senza uscita, che potrebbe finire col metterne in discussione la stessa esistenza. La nostra tesi è dunque che soltanto le politiche d’intervento sul lavoro creativo e precario potrebbero risollevare, oggi, lo stato della cultura in Italia. Soltanto da esse potrebbe generarsi, cioè, quella moltiplicazione dell’offerta che – come comprovato in tante e diverse fasi storiche – è in grado di generare innovazione linguistica, emersione del talento, ampliamento dei bacini d’utenza.

  • Infine, è necessario sviluppare un’ultima tesi sull’imprenditorialità precaria maggiormente declinata sul contesto specifico di Bologna. Nella nostra città, vi sono oltre 700 associazioni; 300 di esse, sono nate negli anni fra il 2000 e il 2009. Le istituzioni, a causa di un evidente vulnus normativo e legislativo sul piano nazionale, tendono a considerare ancora l’associazionismo secondo il paradigma di origine: volontariato, intervento civico e sociale sul territorio. Il problema è che tale paradigma, per migliaia di persone, non risulta più attuale giacché l’associazionismo, dalla metà degli anni ’90 in poi, ha mutato ruolo e funzioni.Parlare di associazionismo, oggi, significa più che altro parlare di lavoro precario. Infatti, dinanzi al progressivo deterioramento del lavoro dipendente (temporaneo e sottopagato), un sempre maggior numero di precari sceglie di affrontare il mercato del lavoro in forma autonoma. Ma, dal momento che costituire un’impresa richiede capitali di partenza e che l’apertura di partita Iva risulta sconsigliabile sotto una certa soglia di reddito, lo strumento giuridico prescelto ha finito per essere, sempre più spesso, l’associazione culturale. La maggior parte delle oltre 300 nuove associazioni nate a Bologna tra il 2000 e il 2009 – 100 delle quali rivoltesi per consulenza allo sportello PopLab – corrisponde puntualmente a questo nuovo paradigma. Di conseguenza, qualsiasi politica d’intervento sul lavoro creativo e precario comporta – in particolar modo a Bologna – l’agire su quella rete d’imprenditorialità precaria che è l’associazionismo.


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2 Responses to TESI DI GENNAIO: DAL “LAVORO ATIPICO” ALL’IMPRENDITORIALITÀ PRECARIA

  1. Precari di serie B | SALOTTO PRECARIO on 15/09/2010 at 12:14

    [...] già analizzato già tempo fa da Salotto Precario (vedi il nostro documento “Tesi di gennaio: dal lavoro atipico all’imprenditorialità precaria“) il problema “precarietà” oggi viene inquadrato esclusivamente sotto il profilo [...]

  2. [...] l’occasione storica per diventare le nuove Case del Popolo oppure gli incubatori della nascente imprenditorialità precaria. No, davvero, non divaghiamo. Non è assolutamente questo il [...]

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