LAVORO PRECARIO: 5 DOMANDE A PIERLUIGI BERSANI

26/04/2011
By

In un’intervista a Repubblica del 21 dicembre 2008, Pierluigi Bersani affermava: “Se agli occhi di un giovane precario, che ha perso anche quei 500 euro al mese che aveva, apparisse che a Roma siamo tutti d’accordo e diciamo che tutto va bene, ma dove va questo giovane? Ci vuole qualcuno che gli sia di riferimento e che gli dica: guarda, cerchiamo di combattere perché così non va. La mia preoccupazione più grossa oggi è questa: essere lì, accanto a quel precario che resta disoccupato“. Queste affermazioni di Bersani, precedenti alla sua candidatura per la segreteria del PD, pensiamo che suonino oggi come importanti e necessarie. Sia per l’oggettiva emergenza sociale che noi precari ormai rappresentiamo, sia perché un partito non può dissertare unicamente sulle alleanze con IdV o UDC. Infatti, il PD potrebbe allearsi anche con Gengis Khan e l’Orda d’Oro ma se, come avviene ora, continuasse ad essere identificato unicamente come referente dei pensionati e del pubblico impiego, le sue prospettive di radicamento nella società resterebbero assai scarse. Senza un’analisi sociologica seria ed approfondita – com’è composta la società, verso quale direzione si sta modificando, quali sono i ceti in crescita e quali quelli in declino – non esiste prospettiva di lungo termine. Né per un partito né per un qualsivoglia soggetto politico. Il precariato è una galassia in espansione, uno strato sociale in via di formazione che – quantunque disgregato ed ancora ben lungi dal fare “blocco” – senza ombra di dubbio nessun soggetto politico ha voluto od è riuscito sinora a rappresentare nel suo insieme. Il principale partito del centrosinistra, allora, non dovrebbe fare propria questa mission? Non dovrebbe, anzi, attribuire ad essa la priorità assoluta? Ebbene, a quanto pare no: tale priorità non sembra granché manifestarsi. La conoscenza dell’universo precario da parte dei dirigenti del centrosinistra risulta non di rado scarsa, soprattutto per quanto riguardail numero effettivo dei precari in Italia. Da questo deficit cognitivo sono derivati, negli ultimi dieci anni, interventi o proposte d’intervento spesso tecnicistici e raramente derivanti da inchieste sul campo che avessero raccolto istanze e desideri dei diretti interessati.

Pertanto, in qualità di lavoratori precari che svolgono da anni attività di ricerca sul proprio strato sociale d’appartenenza, abbiamo pensato di porre delle domande a Pierluigi Bersani. Ad un politico, cioè, che afferma di riporre nella questione precaria un investimento strategico e di cui, per tale motivo, ci interessa il punto di vista. Le domande sono cinque e ciascuna di esse è preceduta da una breve tesi espositiva.

1) Gli interventi realizzati o proposti dal centrosinistra, finora, hanno riguardato unicamente i lavoratori parasubordinati come i co.co.pro. ed altre tipologie affini. Questa componente del lavoro precario, però, risulta non superare il milione e mezzo di persone. Gli studi degli ultimi anni – come quello congiunto di Isfol e Istat oppure il saggio di Luciano Gallino – attestano invece che, da una comparazione statistica fra le diverse tipologie di lavoro a termine, si può evincere un numero oscillante fra i 5 e i 6 milioni di individui. Non potrebbe essere arrivato il momento, quindi, che il centrosinistra consideri la precarietà in tutta la sua estensione e nella sua eterogeneità?

2) Gli italiani che lavorano in nero – a tempo pieno oppure in alternanza con lavori regolari – risultano essere 4,8 milioni. Questi lavoratori operano negli stessi settori produttivi e, spesso, a stretto contatto coi precari regolarizzati. Questo immenso segmento non dovrebbe, pertanto, essere incluso nella categoria di “lavoro precario”?

3) Nel centrosinistra, negli ultimi anni si è parlato soprattutto di incentivi fiscali per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Ma se, secondo l’Istat, più di un terzo delle persone è occupato in micro-imprese aventi una media di 2,7 dipendenti (e quindi difficilmente in grado di generare posti fissi), come può tale intervento essere ritenuto sufficiente? Non sarebbe il momento di ragionare, piuttosto, su un sistema diflexsecurity universale che possa garantire economicamente nei periodi di non-lavoro? E se sì, quali caratteristiche tale sistema dovrebbe possedere?

4) La precarietà ha sottratto alle donne la libertà di scelta sul fatto di fare figli. Afflitte da intermittenza reddituale e, quindi, da impossibilità di programmare il futuro, una componente crescente di giovani donne italiane, oggi, esclude a priori l’ipotesi di procreare. Quali provvedimenti possono essere realizzati per restituire alle donne libertà di scelta? Tali strumenti possono essere sufficientemente universali per garantire, a riguardo, tutte le differenti tipologie di giovani precarie?

5) Nella storia della democrazia, alla conquista di diritti da parte d’un dato soggetto sociale, si è sempre associata la necessità che quest’ultimo potesse disporre di propri rappresentanti istituzionali. Così è stato ed è per le donne, per i gay, per le minoranze etniche. I precari, oggi, partecipano poco o nulla alla vita politica ed ancor meno alla vita di partito. In quali modi il Partito Democratico potrebbe allora aprirsi – in termini sia di partecipazione che, soprattutto, di incarichi direttivi – a chi guadagna meno di 1.000 euro al mese?

Ovviamente, ci rendiamo conto del fatto che il tema del lavoro precario potrebbe richiamare una quantità di domande ulteriori. Riteniamo, però, che queste cinque tocchino punti di criticità particolarmente urgenti. Il modo in cui le abbiamo formulate, cioè, vuole essere uno stimolo a superare i termini del dibattito politico articolatosi sino ad oggi su questi argomenti.

http://salottoprecario.splinder.com

http://www.facebook.com/francescarossi.bologna

  • Add to favorites
  • Print
  • PDF
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Google Buzz
  • Twitter
  • Live
  • MySpace
  • Google Bookmarks

Lascia un Commento

Archivi