Nei giorni scorsi, si è imposto alle cronache locali un tema che, periodicamente, entra nell’agenda politica della città di Bologna: il tema degli spazi sociali autogestiti.
Queste strutture sono gestite in alcuni casi illegalmente attraverso la forma dell’occupazione, in altri casi si basano su comodati d’uso temporanei o altre formule precarie e, in qualche caso, sono giunte a forme di regolarizzazione vera e propria. La mia opinione è che il tema andrebbe affrontato in un’ottica d’insieme, entro un quadro sistemico. Nel corso degli anni, invece, il dialogo tra Pubblica Amministrazione e spazi sociali è spesso sembrato svilupparsi caso per caso. Quindi, ai fini della definizione d’una linea politica generale da parte dell’amministrazione di Bologna, ritengo che potrebbe essere utile partire da un punto fermo e da una domanda.
Il punto fermo consta del fatto che le diverse esperienze autogestite devono, inevitabilmente, mettersi nell’ottica di ri-definire se stesse entro un quadro di regolarizzazione normativa.
La domanda su cui soffermarsi, invece, è la seguente: gli spazi autogestiti sono utili? In altre parole: le loro attività corrispondono a bisogni reali dei cittadini bolognesi?
Ebbene, la risposta che mi sento di fornire a tale domanda è sostanzialmenteaffermativa. Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, la forza-lavoro giovanile – e prevalentemente precaria – della nostra città è in larghissima misura attiva nei cosiddetti settori “creativi”: web, cultura, intrattenimento, formazione, marketing e così via. Alla diffusione di queste competenze professionali, però, corrisponde un mercato del lavoro estremamente disgregato e non di rado lambito dal sommerso. Le decine di migliaia di precari che operano nei settori creativi, insomma, soffrono della carenza di luoghi ove poter svolgere formazione professionale, presentare al pubblico le proprie opere e i propri progetti, misurarsi con il mercato, aumentare il numero di scambi professionali e di collaborazioni.
Gli spazi sociali autogestiti, ebbene, hanno dato una risposta – ancorché minima – a questo tipo di necessità. Va ricordato che questa tesi, a suo tempo, è stata altresì certificata a livello istituzionale: diverse ricerche realizzate dalla Regione Emilia-Romagna negli anni che vanno dal 2000 al 2003, lasciavano difatti trasparire che circa il 35% della forza-lavoro attiva in settori quali web e cultura aveva svolto formazione professionale all’interno degli spazi autogestiti. Rispetto a quel periodo, il contesto dell’autogestione è certamente mutato. Ma i problemi inerenti a formazione, orientamento, scambio di competenze e possibilità di sperimentazione per i giovani precari sono, nel frattempo, di gran lunga peggiorati. Pertanto, gli spazi sociali autogestiti continuano ad essere una risposta – imperfetta finché si vuole – a problemi affattooggettivi. Di conseguenza, la cessazione delle attività di uno di essi costituisce, sempre e comunque, una perdita dal punto di vista del bene comune.
Il problema è che, per tutti gli spazi autogestiti, sarebbe necessario un mutamento di paradigma. In primo luogo, deve determinarsi un contesto di regolarizzazione normativa e di maggiore attenzione nei confronti dell’impatto acustico-ambientale generato dalle attività. Questo è importante anche per non discriminare quelle centinaia di associazioni culturali che – meno in grado di esprimere comunicazione politica – si trovano a dover fare giornalmente i conti con questo tipo di oneri. In secondo luogo, il regime di agevolazione fiscale di cui godono gli spazi sociali autogestiti dev’essere giustificato daun insieme di servizi erogati alla cittadinanza che, rispetto al passato, possa risultare più dettagliato, quantificabile e verificabile.
In base a tutte le considerazioni di cui sopra, ritengo pertanto auspicabile un confronto continuativo e fecondo tra la rete degli spazi sociali e il Comune di Bologna.
Francesca Rossi












