LA SITUAZIONE A BOLOGNA DA UN PUNTO DI VISTA PRECARIO – Parte II

13/07/2010
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La narrazione ideologica su “degrado” e “residenti”

di Francesca Rossi e Riccardo Paccosi (17/05/2010)

Il teorema dell’invecchiamento demografico ha generato, attraverso l’azione congiunta di politica e media locali, una campagna politica e culturale volta a delegittimare la popolazione giovanile. Questo è stato possibile grazie a una narrazione ideologica incentrata principalmente su due categorie: “degrado” e “residenti”.

Il concetto di degrado prese piede a Bologna verso la metà degli anni ’90, in relazione a una situazione di oggettivo disagio sociale venutasi a creare nella zona universitaria e, in particolar modo, in Piazza Verdi. Da quel contesto, presero vita i già citati Comitati civici “anti-degrado” che, di lì a poco, sarebbero cominciati a sorgere anche in altri Quartieri. I più visibili e combattivi di questi Comitati – ad esempio “Stop al Degrado” orientato sui problemi di Piazza Verdi, oppure “Al Crusel” focalizzato sulle questioni di Via del Pratello – si sono sempre definiti “civici” ma hanno costantemente manifestato, in realtà, un esplicito e acclarato collegamento con il centrodestra bolognese. Questo dato di fatto, tuttavia, non ha impedito alle amministrazioni di centrosinistra di offrire a tali Comitati livelli di consultazione privilegiati e addirittura, nel 2005, un tavolo di concertazione riservato con Comune e Questura. Tutto ciò è stato reso possibile grazie al fatto che, agli occhi della politica cittadina, i Comitati non costituivano uno specifico segmento di cittadinanza ma coincidevano, al contrario, con l’intera categoria demografica di “residenti”.

Infatti, la narrazione ideologica sul degrado ha utilizzato, come perno, l’utilizzo della parola residenti per attribuire a una specifica porzione di questi ultimi non soltanto il crisma dell’esser maggioranza, ma finanche il concetto di cittadinanza in senso assoluto. Sui media locali è cioè stata effettuata, con continuità e ridondanza, una costruzione di realtà secondo cui “residenti” sono soltanto coloro che hanno più di 40 anni, appartengono a ceti economici medi o medio-alti, inviano lettere di lamentela al Resto del Carlino per le buche sui marciapiedi, firmano petizioni o scrivono esposti contro gli esercizi commerciali.

Dalla battaglia contro effettivi fenomeni di degrado e dalla incontestabile rivendicazione del “diritto al riposo”, il passaggio alla pura e semplice intolleranza è stato breve. Nel giro di pochi anni, l’amministrazione comunale – sottoposta alla pressione di quel gruppo di persone che i media locali definivano sempre e comunque “i residenti” – mise in atto una capillare azione repressiva non soltanto contro gli spacciatori o i punkabbestia (ovvero contro i responsabili della situazione di disagio sociale in Piazza Verdi), ma anche e soprattutto contro gli studenti. Quella massa di precari e futuri precari che da sempre alimenta l’economia cittadina, è stata quindi additata dalla politica e dalla stampa come responsabile del degrado per il solo fatto di radunarsi nelle piazze antistanti alle facoltà universitarie. Si dà infatti il caso che suddette facoltà siano situate, ahinoi, nel centro cittadino e che non sussista per l’immediato futuro il progetto di spostarle. Pertanto, giovani appena usciti da una lezione o da un esame – tanto per fare un esempio – si sono visti somministrare multe da 50 euro per il solo fatto di essersi fermati in strada a lavorare con un pc portatile. Assembramenti di ragazzi e ragazze che si limitavano a socializzare fra loro sono stati più volte dispersi – in Piazza Verdi come in Piazza Santo Stefano – da vere e proprie cariche di polizia. La giustificazione ideologica di queste azioni è stata tanto semplice quanto cruda: gli studenti, non essendo iscritti ai seggi elettorali di Bologna, non possono accampare gli stessi diritti di quei cittadini che, in quanto votanti, dispongono del potere di elargire o sottrarre consenso alla classe politica.

Se questa strategia fosse rimasta delimitata alla sola zona universitaria, il ragionamento di cui sopra avrebbe potuto reggere nel tempo, chissà. Sta di fatto che, da quel punto in poi, le cose andarono invece oltre. Molto oltre. Tutto ciò che di più cruentamente intollerante e illiberale aveva per anni covato nella “pancia” della città, trovava adesso, presso le istituzioni, un incondizionato assenso. Dopo gli studenti, il raggio d’azione quindi si allargò, montò come maionese impazzita, verso i 100.000 residenti under-40 di Bologna. La strategia constò, essenzialmente, del colpire le attività economiche che vedevano coinvolti i giovani sia come consumatori che come lavoratori.

(2 – segue nella Parte III intitolata: Il settore dell’entertainment/vita notturna e la crisi economica)

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One Response to LA SITUAZIONE A BOLOGNA DA UN PUNTO DI VISTA PRECARIO – Parte II

  1. [...] sia soggetto che oggetto d’una narrazione ideologica sul “degrado” e i “residenti” (vedi precedenti articoli di Salotto Precario a riguardo): il primo dei due termini ha finito per estendersi alla socialità [...]

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