INTERVENTO DI FRANCESCA ROSSI ALL’ULTIMO CONSIGLIO DEL QUARTIERE SAN VITALE

23/07/2010
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Il seguente intervento è stato letto da Francesca Rossi poco prima dell’approvazione dell’ordine del giorno da lei presentato. Tale ordine del giorno, consultabile nel post precedente, riguardava il documento sulle aree dismesse redatto dalle associazioni partecipanti ai Salotti Precari. Questo intervento, oltre a ribadire il valore delle indicazioni politico-amministrative contenute nel documento, può essere considerato una sorta di bilancio a consuntivo di questa esperienza amministrativa, che ha mirato a dare rappresentanza diretta e potere politico al variegato mondo dei lavori flessibili e precari.

Vorrei in pochi punti sottolineare l’importanza del documento, firmato da alcune associazioni cittadine, che ho presentato in allegato all’ordine del giorno. Soprattutto, vorrei dire qualcosa riguardo alle iniziative che hanno consentito di farlo nascere.

1)Questo documento nasce da una serie di incontri periodici denominati Salotti Precari. Salotto Precario è anche il nome del blog in cui scriviamo io e i miei collaboratori. Per “precari” intendo semplicemente i cittadini residenti che hanno un lavoro temporaneo, quindi sia coloro che lavorano in forma dipendente, sia coloro che lavorano in forma autonoma. Nella storia recente vi sono state pochissime iniziative istituzionali rivolte a questo strato sociale, che è composto da 10 milioni di persone in Italia e da decine di migliaia di cittadini residenti nella sola città di Bologna. Di conseguenza, la creazione dei Salotti Precari, in quanto momenti d’interlocuzione e confronto tra istituzioni e una parte consistente del mondo del lavoro, è un tentativo di colmare unvuoto di rappresentanza.2)Le prime leggi sulla flessibilità del lavoro risalgono al 1998. Questo significa che la precarietà riguarda perlopiù coloro che sono entrati nel mercato del lavoro a partire da quella data, quindi i cittadini residenti sotto i quarant’anni di età. Pertanto, siamo riusciti a coinvolgere in un dialogo con le istituzioni quei cittadini residenti più giovani che, di solito, fanno fatica a entrare in contatto con gli ambiti istituzionali.

3) In Italia, infatti, i cittadini sotto i quarant’anni non hanno tutele sul lavoro e hanno altresì la certezza di non poter capitalizzare una futura pensione. In più, data la dimensione giuridicamente aleatoria del lavoro flessibile, la maggioranza di essi non è iscritta a sindacati o associazioni di categoria. Il fatto di non essere iscritti a sindacati o associazioni di categoria che ne esprimano gli interessi, ebbene, rende questi cittadini invisibili ai partiti e alla politica. Di conseguenza, nel momento in cui mancano diritti e rappresentanza politica,  una parte di cittadini si trova in una condizione che alcuni definiscono di apartheid. Ora, parlare di apartheid è sicuramente esagerato, ma in uno stato democratico non può più essere tollerato il fatto che alcuni cittadini riescano ad essere ascoltati dalle istituzioni e altri no. Non potendo intervenire sulla legislazione del lavoro, noi siamo quindi intervenuti sulla rappresentanza politica. Dare voce a questi cittadini residenti, dare loro attraverso questi incontri l’opportunità di presentare le proprie istanze al Quartiere e al Comune.

4) Con questo documento, una componente di cittadini residenti non esprime soltanto richieste per sé, ma elabora una proposta per tutti coloro che esprimono la necessità di un sistema di servizi che aiuti ad affrontare il mercato del lavoro. Da parte di un pezzo di cittadinanza viene cioè formulata non già una richiesta corporativa, bensì un’ipotesi diwelfare territoriale. Va anche ricordato che nel documento si parla di precari che elargiscano servizi ad altri precari: quindi non si tratta di una semplice lamentela assistenzialistica, bensì della richiesta di costruire, attraverso la collaborazione fra lavoratori e istituzioni, un nuovo modello di welfare mutualistico. Si attua, insomma, una partecipazione non a chiacchiere, non basata sulla semplice annotazione degli interventi, bensì incentrata sulla capacità di raccogliere e rendere operative le proposte concrete della gente. Si attua, infine, una prospettiva di sussidiarietà non a chiacchiere, ma reale ed effettiva.

5) Il documento, inoltre, esprime la necessità che l’amministrazione pubblica riesca ad interpretare un certo fenomeno: la trasformazione del ruolo e delle funzioni dell’associazionismo culturale. È una questione che riguarda particolarmente Bologna: in città vi sono infatti oltre 700 associazioni e 300 di esse sono nate negli anni fra il 2000 e il 2009. Le istituzioni tendono a considerare ancora l’associazionismo solo secondo il paradigma di origine: ovvero come volontariato, come intervento civico e sociale sul territorio. Il problema è che tale paradigma, per migliaia di persone, non risulta più attuale giacché l’associazionismo – per quel che riguarda buona parte delle realtà costituitesi dalla metà degli anni ’90 in poi – ha mutato ruolo e funzioni. Parlare di associazionismo, oggi, significa più che altro parlare di lavoro precario. Infatti, dinanzi al progressivo deterioramento del lavoro dipendente – temporaneo e sottopagato – un sempre maggior numero di precari sceglie di affrontare il mercato del lavoro in forma autonoma. Ma, dal momento che costituire un’impresa richiede capitali di partenza e che l’apertura di partita Iva risulta sconsigliabile sotto una certa soglia di reddito, lo strumento giuridico prescelto ha finito per essere, sempre più spesso, l’associazione culturale. In questo documento, una parte del mondo associativo – potemmo dire la stragrande maggioranza delle associazioni nate nell’ultimo decennio – rivendica d’essere una componente numericamente rilevante del mondo del lavoro.

6) I miei sforzi, nel corso di questo mandato, si sono concentrati nel dare rappresentanza a chi non ne ha. E aggiungo: anche per dare potere politico a chi non ne ha, giacché la democrazia è innanzitutto equa distribuzione del potere fra i cittadini. Ho cercato di dare spazio ai cittadini residenti giovani e precari – che peraltro, a Bologna, sono negli ultimi anni aumentati – ricevendo molto consenso dalle persone con cui sono riuscita a confrontarmi. Ma se da una parte “il popolo” ha apprezzato il mio operato, dall’altra non ho avuto tempo di contribuire a smuovere il dibattito politico cittadino. Trovo che quest’ultimo, infatti, sia ancora bloccato, lontano dai problemi quotidiani di una larghissima parte della città. I cittadini residenti che non hanno lavoro fisso e che non avranno una pensione chiedono tre cose: il diritto alla sicurezza, il diritto alla salute e il diritto alla famiglia.

- Per quanto riguarda il diritto alla sicurezza, per i cittadini residenti che non hanno lavoro fisso e che non avranno una pensione esso consta della sicurezza di avere un futuro, di avere un mercato del lavoro più aperto e dinamico, dei servizi sul territorio in grado di orientare e far diminuire i costi della propria attività.

-Inoltre, i cittadini residenti che non hanno lavoro fisso e che non avranno una pensione chiedono il diritto alla salute: infatti, come rilevato da una ricerca condotta nel 2005 dall’Ausl di Bologna, le conseguenze della precarietà sulla salute sono gravi e numerose e vanno dal disturbo del sonno all’alterazione del battito cardiaco.

- Infine, i cittadini residenti che non hanno lavoro fisso e che non avranno una pensione chiedono il diritto alla famiglia: troppe giovani donne interrompono la gravidanza non certo per libera scelta bensì per mancanza di impiego fisso, troppe giovani coppie sono impossibilitate a convivere a causa delle difficoltà nell’accesso al credito.

7) È evidente che, data la gravità e l’urgenza del quadro che ho tracciato, la mia agenda personale non è stata molto intaccata dalla caduta della giunta comunale. Sto infatti continuando a svolgere autonomamente i Salotti Precari e a raccogliere proposte dal basso per costruire nuove forme di welfare. Quest’esperienza politica è stata difficile ma appagante: ringrazio il Presidente del Quartiere San Vitale Mauro Roda, ringrazio in particolar modo il capogruppo del Centrosinistra per San Vitale Andrea Colombo per avermi aiutato in un’attività a me nuova; ringrazio, perché no, anche il centrodestra giacché lo scontrarmi con loro è stata un’esperienza formativa e ringrazio infine Lucia Scogna della lista di Beppe Grillo per l’apprezzamento del mio lavoro. Esprimo gratitudine, ovviamente, al mio assistente Riccardo Paccosi che ha condiviso con me ogni singola fase del percorso. Soprattutto, però, ringrazio i tanti lavoratori e lavoratrici precari che hanno dimostrato di credere nel mio impegno e la cui solidarietà mi ha aiutato a superare i momenti difficili.

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One Response to INTERVENTO DI FRANCESCA ROSSI ALL’ULTIMO CONSIGLIO DEL QUARTIERE SAN VITALE

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