Il settore dell’entertainment/vita notturna e la crisi economica
di Francesca Rossi e Riccardo Paccosi (20/05/2010)
Apriamo l’ultima parte della nostra riflessione su Bologna provando a mettere in fila alcuni elementi:
1) Secondo l’ultima indagine Excelsior-Unioncamere del 2009, nell’anno della grande crisi economica un terzo dei giovani italiani non è riuscito nell’intento di accedere al mercato del lavoro: in cifre, si tratta di 300.000 nuove assunzioni in meno rispetto all’anno precedente.
2) Il settore dei pubblici esercizi (bar, ristoranti, ecc.) – al pari dell’ambito generale del commercio – ha avuto un saldo passivo tra apertura e chiusura di attività, con un particolare picco negativo proprio in Emilia-Romagna (189 attività in meno rispetto al 2008, secondo Confcommercio).
3) Nel settore dei pubblici esercizi, negli ultimi vent’anni ha ricoperto un peso crescente quella galassia dell’entertainment/vita notturna che è composta da bar, pub, club, discoteche, nonché da una quota rilevante di circoli Arci (da un’analisi Censis del 2007 si evince che il lavoro nei locali notturni – escluso ovviamente il sommerso – ammonti a oltre 300.000 unità, ovvero più dei 250.000 lavoratori dei call center). Infine, diverse ricerche svolte nella nostra regione – dal sociologo Aldo Bonomi come da molti altri – hanno attestato come tale settore coinvolga una componente significativa di forza-lavoro under-40, in particolar modo nella nostra regione.
4) Quindi, non ci pare azzardato affermare che le difficoltà di questo specifico settore abbiano influito sul dato generale di cui al punto 1).
5) Non possiamo nasconderci il fatto che l’occupazione nell’ambito dell’entertainment/vita notturna sia estremamente precaria, scarsamente retribuita, avvolta di sommerso e che, secondo diverse ricerche europee, risulti uno dei settori con minori garanzie di sicurezza sul lavoro. Ciò malgrado, va detto che per noi precari sussistono due ordini di problemi, entrambi molto concreti, entrambi molto urgenti: da un parte la necessità di costruire un nuovo welfare modellato sulle condizioni del lavoro flessibile (flexsecutiry), dall’altra vi è assoluta necessità – in una fase di crisi economica – di promuovere le condizioni per un mercato del lavoro aperto, dinamico e, soprattutto, in grado di assorbire la domanda. Le promesse politiche di crescita occupazionale incentrate sulle infrastrutture o sulla green economy riguardano il futuro ma, nell’immediato, hic et nunc, la gente ha bisogno di accedere a fonti di reddito e, quando risulta ridotta finanche la possibilità d’impiego temporaneo, ecco che la situazione si fa insostenibile.
Questo preambolo è necessario per concludere l’analisi del ciclo politico bolognese degli anni 2004-2008, il cui retaggio pesa ancora gravemente sull’economia cittadina.
Il teorema dell’invecchiamento demografico e la narrazione ideologica sul “degrado” e i “residenti” (di cui nei capitoli precedenti) hanno portato, a partire dal 2004, a far sì che politica e media locali individuassero in questi esercizi commerciali una sorta di nemico, la radice economica e strutturale del “degrado”. Da questo assioma è conseguita un’imponente stretta sul piano normativo, fiscale e, soprattutto, sul piano delle sanzioni. Un’attività repressiva di cui non sarebbe possibile trovare riscontro in altri settori produttivi.
Pertanto, un numero impressionante di locali notturni e disco-pub è stato fatto chiudere per settimane o mesi in seguito a riscontri d’irregolarità anche minime (Ruvido, Capital Town e tanti altri). Gli spazi sociali autogestiti sono stati sgomberati (Crash e altri) oppure minacciati per problemi relativi agli scontrini (Vag 61). I contenitori estivi come Villa Angeletti, Scandellara Rock e Giardini del Baraccano sono stati sottoposti a nuovi vincoli di orario o fiscali che hanno obbligato i gestori, in alcuni casi, alla cessazione delle attività.
Questo breve e non esaustivo elenco indica spazi, contesti e strutture estremamente diversificati fra loro, eppure accomunati da un tratto ben preciso: l’essere ambito di socializzazione e di lavoro giovanili.
A partire da un particolare evento del 2008, però, potremmo dire che si sia venuta a determinare una parziale inversione di rotta. (Una contro-tendenza che la tanto esecrata Giunta Delbono, a voler essere onesti, su tale punto ha poi effettivamente espresso).
Contestando alcune irregolarità normative, nell’inverno di quell’anno l’amministrazione comunale fece infatti chiudere cinque osterie di Via del Pratello per rispondere a un esposto presentato da alcune decine di residenti, ovvero dagli esponenti del Comitato “Al Crusel” e dintorni. Nel giro di pochi giorni, un contro-comitato spontaneo – “Libera Pratello” – riuscì però a raccogliere oltre 400 firme di altri residenti di quella stessa via che richiedevano, al contrario, la riapertura degli esercizi commerciali. Ora, è soltanto un segreto di Pulcinella l’affermare che, a quel punto, tra amministrazione comunale e Partito Democratico – nonché tra Sindaco e Vice-Sindaco – si siano manifestate delle divergenze. Improvvisamente, qualcuno si rese conto che al momento della conta, alla prova dei numeri, coloro che i media avevano per un intero decennio definito “i residenti” si rivelavano essere nulla più che una stretta minoranza. Una minoranza, ovviamente, avente tutti i diritti di far valere le proprie ragioni ma – dal momento che questo gruppo di cittadini si era definito per anni latore di istanze maggioritarie – il fatto che potesse disporre di privilegi esclusivi nel rapporto con le istituzioni appariva non più giustificabile. (Ad ogni modo – affinché quanto appena detto non presti il fianco a equivoci – ribadiamo che, a nostro parere, porre i problemi della convivenza sociale in termini di maggioranze e minoranze costituisce un approccio tanto scorretto quanto sterile; detto questo, nel momento in cui un segmento di cittadini è riuscito a imporsi nel dibattito politico sulla base di un’identificazione con l’intera categoria demografica di “residenti”, riteniamo vada ripristinata la corretta percezione d’una realtà che i media locali hanno ideologicamente distorto).
A conclusione di questo brevissimo excursus storico, possiamo dire che l’attacco al settore dell’entertainment/vita notturna sia stato uno degli elementi che più decisivamente ha causato il processo di perdita progressiva di consenso del centrosinistra presso le giovani generazioni e presso il mondo del lavoro flessibile. Anche in questo caso, dunque, siamo di fronte a un errore strategico di vaste proporzioni.
Il punto di partenza per invertire tale situazione consta del mettere in atto una politica che, al contrario, sappia prendere atto dell’imprescindibilità di questo settore produttivo. Tanto per cominciare, non esiste e non è mai esistita una dicotomia fra “diritto al riposo” e “diritto allo svago”. I principi di diritto che dovrebbero orientare l’azione amministrativa sono invece:
1) Diritto al lavoro: il settore dell’entertainment/vita notturna assorbe più di altri forza-lavoro giovanile e precaria; questa considerazione, in una fase di crisi economica, non può non avere la precedenza.
2) Diritto all’impresa: gli esercizi commerciali di cui abbiamo parlato sono, giuridicamente, piccole imprese e incentivare l’imprenditorialità diffusa, in una fase di crisi economica, dovrebbe parimenti avere la precedenza.
3) Diritto alla diversificazione dell’offerta culturale: la forza-lavoro assorbita da questo settore riguarda principalmente attività creative (grafici web, dj, pierre, performer, videomaker) e questo comporta aumento e diversificazione – quindi arricchimento – dell’ambito dei linguaggi culturali espressi dal territorio.
Per ciò che riguarda il merito delle problematiche che i Comitati anti-degrado hanno portato avanti, sarebbe però intellettualmente disonesto respingere in toto le prese di posizione e le proposte espresse nel corso degli anni. Riteniamo, ad esempio, che i gestori dei locali dovrebbero essere richiamati a un maggiore livello di responsabilità rispetto al passato, ovvero a una più diretta collaborazione con la pubblica amministrazione nel gestire le criticità del territorio.
Detto questo, la politica deve però saper discernere le reali problematiche di diritto al riposo – delle quali nessuno può certamente negare l’esistenza – dalle manifestazioni di pura e semplice intolleranza o, ancor più, dalle numerose strumentalizzazioni politiche che vengono messe in atto, soprattutto tramite il centrodestra, intorno a questi temi.
(3 – fine)












