Sono stato alla manifestazione di Roma del 15 ottobre. Con questa auto-intervista, spero di fornire ai lettori qualche informazione che aiuti a orientarsi in mezzo al chiacchiericcio politico-mediatico di queste ore.
In che spezzone della manifestazione ti trovavi? Sei finito in mezzo agli scontri?
Ero con la rete de Il nostro tempo è adesso, quella che organizzò la manifestazione nazionale dei precari il 9 aprile scorso. Sfilavo con loro perché Salotto Precario fu uno dei promotori bolognesi di quell’appuntamento.
Il nostro spezzone era piuttosto indietro e, quindi, non siamo incappati in nessun incidente. Abbiamo visto le auto bruciate, le vetrine infrante nonché imponenti colonne di fumo che si stagliavano all’orizzonte. Quando sono cominciate ad arrivare notizie sulla situazione in Piazza San Giovanni, il corteo ha deciso di deviare e concludere la manifestazione vicino alla Stazione Termini.
Quando sei in un corteo composto da più di 200.000 persone, hai una percezione pressoché nulla di quanto sta accadendo. Di conseguenza, quel poco che so l’ho raccolto dalle voci di testimoni oculari con cui ho avuto modo di parlare una volta tornato al parcheggio dei pullman che ci avrebbero ricondotto a casa.
Nessuno si aspettava gli scontri, vero?
Col cazzo.
TUTTI quelli che conosco e che si sono recati a Roma, erano perfettamente consapevoli del fatto che si sarebbero verificati scontri. Lo “stupore” ostentato dai politici e dai media in queste ore, quindi, esprime una totale malafede.
Chi erano gli incappucciati? È vero che c’erano degli infiltrati?
Ho ascoltato testimonianze oculari secondo cui sì, alcuni infiltrati c’erano: sia militanti di estrema destra che ultras delle tifoserie calcistiche. Ma si trattava, comunque, d’un numero esiguo. La maggioranza degli incappucciati aveva, invece, una matrice più o meno anarchica.
C’è però un altro aspetto, a mio avviso importante, che non si può far finta di non vedere. Oltre alla componente “militante”, c’è stata una larga parte di giovani – perlopiù teenager – che si è unita agli incappucciati in maniera affatto spontanea.
Dunque, il 15 ottobre è stato come il Genova-G8?
A Genova il peso e il ruolo degli infiltrati – quei black bloc che erano, in realtà, dei “black cops” – è stato assai più determinante, comprovato da numerosi filmati.
Inoltre, a Genova polizia e carabinieri hanno messo in atto rappresaglie indiscriminate. A Roma, invece, questo non è accaduto.
In sintesi, dunque, direi che il paragone con Genova è una cazzata.
E allora possiamo fare un paragone con la manifestazione studentesca del 14 dicembre scorso?
No, neanche questo paragone calza. Quella manifestazione lì espresse una rivolta di massa, con cui quasi tutto il movimento s’identificava. Tant’è che le assemblee di facoltà, nei giorni successivi, rivendicarono politicamente gli scontri. L’ipotesi che vi fossero infiltrati, parimenti, venne confutata nel giro di poche ore. E quando, soprattutto, Roberto Saviano scrisse un appello agli studenti affinché si dissociassero dai “violenti”, ricevette come risposta poco più che una pernacchia.
Il 15 ottobre, al contrario, la maggioranza dei manifestanti NON voleva la guerriglia generalizzata.
E cioè? La maggioranza voleva soltanto sfilare?
Non proprio. Quello di limitarsi a sfilare, era desiderio soltanto d’una parte. Un’altra parte – non meno estesa – avrebbe voluto, piuttosto, realizzare un’iniziativa sul genere di quelle svoltesi nei giorni immediatamente precedenti: tipo l’occupazione di Bankitalia a Bologna oppure l’imbrattamento degli uffici di Goldman Sachs a Milano. Insomma, un’azione d’occupazione simbolica e temporanea di uno specifico spazio. Azioni di questo tipo, ebbene, avrebbero sì potuto generare tafferugli con la polizia, ma suddetti tafferugli avrebbero coinvolto solamente i diretti interessati: non tutto il corteo, non anche chi ha opinioni diverse. E soprattutto: sarebbero state azioni con un significato politico un pochettino più profondo rispetto all’incendiare automobili parcheggiate!
Le azioni degli incappucciati sin dall’inizio del corteo – ovvero a partire dalle 14.00 – hanno mandato all’aria questa possibilità giacché il corteo si è ritrovato immediatamente spezzato in due.
Secondo te cosa dovrebbe fare adesso il movimento? Sancire il principio della non-violenza?
Questo movimento, culturalmente, di certo non è incline alla violenza. Al contempo, però, credo che sarebbe inesatto attribuirgli la definizione di non-violento. E lo dico per un motivo molto semplice. La modalità d’intervento politico che abbiamo visto mettere in atto, nei giorni precedenti al 15 ottobre, è una e una soltanto: l’azione diretta.
Infatti, abbiamo visto occupare il Ponte di Brooklyn (USA); abbiamo visto gruppi di persone mettersi dinanzi alle porte delle abitazioni per impedire gli sfratti (Spagna); abbiamo visto azioni simboliche contro le sedi del potere economico-finanziario come nel già citato caso di Goldman Sachs (Italia). Si tratta di modalità che è un po’ difficile collocare entro la classica dicotomia tra violenza e non-violenza. Se non altro perché le azioni dirette – tutte, anche quelle più pacifiche – conducono quasi sempre a tensioni con le forze dell’ordine.
Orbene, dopo i fatti di Roma potrebbe esserci a mio parere il rischio che l’opzione non-violenta – se posta in modo dogmatico anziché politico – possa essere strumentalizzata e diventare uno strumento ostativo nei confronti d’ogni forma di azione diretta. Se ciò avvenisse, beh, allora questo movimento sarebbe morto ancor prima di nascere. (Oggi parleremmo, per dire, del movimento americano se non vi fosse stata l’azione diretta di occupare Wall Street e tutti gli arresti da parte della polizia?)
Sì, ma tu hai appena citato azioni preliminarmente concordate all’interno dei movimenti. Sabato, a Roma, ci sono state invece azioni per nulla concordate con gli organizzatori e che hanno, per di più, messo a rischio tutti i manifestanti.
Per evitare tutto ciò, esistono già alcune regole. Regole molto semplici. Il 15 ottobre, però, esse non sono state applicate. Gli organizzatori, infatti, non sono riusciti a mettersi d’accordo sul fatto di allestire o meno il servizio d’ordine (perciò su questo penso sia il caso di dire, pur nel rispetto del loro impegno, che hanno toppato).
Tornando alle regole, comunque, esse sono sostanzialmente due:
a) le conseguenze delle azioni dirette (manganellate, denunce, ecc.) devono ricadere solo su chi le compie e non su tutti i manifestanti;
b) i gruppi che non hanno partecipato alle riunioni organizzative e che, ciò malgrado, vogliono compiere azioni nel corteo, vanno bloccati fisicamente.
Non sto inventando niente: si tratta di procedure vecchie di decenni ed è solo il caso di ripristinarle alla svelta.
Ad ogni modo, oramai si parla solo degli scontri. Da questo punto di vista, possiamo dire che la manifestazione è stata un fallimento, giusto?
Giusto un accidente!
È nato un movimento di contestazione globale. Un movimento che sta attaccando frontalmente i principi e le istituzioni del sistema capitalista e che, come a sinistra non accadeva da vent’anni, richiama in causa la categoria di “rivoluzione”. Abbiamo assistito alla mobilitazione contemporanea di 790 città nel mondo. Dinanzi all’enormità di questo fenomeno storico, le chiacchiere italiane in ambito politico – nonché i sermoni degli editorialisti dei grandi quotidiani – hanno valore inferiore a quello d’una zanzara che scorreggia.
Siamo, per davvero, soltanto all’inizio.













C’è qualche problema di connessione al sito, allora posto io un commento di Marco Trotta.
Riccardo, tre note qui, perché non riesco a commentare dal vostro sito:
a) La differenza con Genova è più profonda. Gli incidenti principali, nati dalla carica dei carabinieri in via Tolomaide, sono stati riconosciuti come legittima resistenza ad un abuso delle forze dell’ordine. Cosa ben più difficile da dimostrare per Piazza San Giovanni
b) Come ha scritto Rinaldini (http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Il-15-ottobre-segna-uno-spartiacque/9710) l’effetto immediato di questa cosa è che si è impedito ad una maggioranza di persone di rendere manifesti i motivi per i quali erano scese a Roma. Maggioranza autorganizzata perché, è bene dirlo, non si era mai visto che 500.000 persone riuscissero a darsi appuntamento a Roma senza alle spalle i sindacati e i partiti storici della sinistra. Ergo l’argomentazione del gregge da dirigere sollevata da chi sta giustificando quello che è successo è priva di fondamento.
c) Il secondo effetto è stato impedire, anche, che prendessero forma nuove modalità di iniziativa politica. Di cui abbiamo molto bisogno. Tra queste accamparsi nelle piazze come hanno fatto gli indignati spagnoli che resistendo ed insistendo in questo modo hanno creato le condizioni perché il 15 fosse una scadenza mondiale. Una scritta sul muro recitava, infatti, “pianta grane, non tende”. Era noto tanto che la giornata sarebbe stata dura, quanto il fatto che fosse finalizzata a questa operazione. Che si è voluta far fallire.
Una nota a margine. Il discorso violenza/nonviolenza ha stufato perché mediamente affrontato senza una analisi approfondita di temi e questioni. L’ho detto ieri al TPO, lo ridico qui. Gli indiani del Karnataka che hanno distrutto le culture OGM, José Bové che ha fatto lo stesso con un McDonald’s in Francia, Turi Vaccaro che ha distrutto la plancia di comando di un F16 hanno fatto azioni dirette nonviolente. Seppur radicali. E forse è questo lo scandalo che gettano su qualche benpensante. Non hanno fatto del male ad esseri viventi, hanno dichiarato come si sarebbero comportati, hanno coinvolto solo se stessi e chi era consapevole ed hanno accettato le conseguenze di una azione illegale che poneva un problema politico visto che eccedeva quello giudiziario. Il motivo per il quale nei nostri ambiti la questione solleva argomentazioni di pancia (più che di testa) è perché storicamente in Italia la questione nonviolenta viene agitata dai radicali, ovvero gente che persegue fini violenti – abolizione articolo 18 piuttosto che il sostengo a tutte le gueere degli anni 90 – con metodi nonviolenti (sciopero della fame). E dalla sinistra istituzionale che ha benedetto la guerra in Kossovo nel ’99 e continua a sostenere quella in Afghanistan e Libia oggi. Ma il fatto che D’Alema, Bertinotti, Pierluigi Battista o Pannella parlino a vanvera di nonviolenza (in maniera pelosa, per giustificare altre manovre politiche) non significa non riconoscere che tutti i movimenti degli anni zero sono stati a loro modo incisivi perché, in autonomia e consapevolezza, e nella sostanza, si sono emancipati da una visione novecentesca che scambiava l’assalto al cielo del proletariato per l’azione militaresca di qualche sedicente avanguardia. Grazie a questo hanno costruito trasversale. Grazie a questo hanno impensierito i mercati e chi li gestisce.
Invece, spiace dirlo, allo stato attuale spaccare una vetrina così serve solo a far salire il PIL. Draghi ringrazia.
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Il-15-ottobre-segna-uno-spartiacque/9710