Pisapia ha vinto grazie ai lavoratori autonomi, cioè grazie ai precari.

07/06/2011
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Riguardo alla storica vittoria di Giuliano Pisapia alle elezioni comunali di Milano, la maggior parte dei commentatori ha sottolineato la svolta a sinistra di una parte consistente della borghesia milanese. Il che è senz’altro vero, ma si tratta d’una spiegazione parziale.

Secondo le ultime analisi dei dati elettorali, infatti, Pisapia ha vinto anche e soprattutto grazie al voto dei precari. Come al solito, in questo sito la parola “precari” è da intendersi in senso non giuridico bensì sociologico: essa include, cioè, tanto i lavoratori dipendenti che i lavoratori autonomi.

Innanzitutto, è uscita un’analisi di Swg realizzata per conto dello staff di Pisapia. Secondo quest’istituto, il grosso delle Partite Iva – giovani lavoratori oggi sempre più precari e declassati – ha votato per il centrosinistra. Tra i lavoratori autonomi, insomma, Pisapia ha superato la Moratti di ben 17 punti: 52% contro 35%.

Al cambio di orientamento dei lavoratori autonomi, è corrisposto uno speculare cambiamento nel centrosinistra. Secondo Anna Soru, Presidente di Acta (Associazione Consulenti del Terziario Avanzato, 1.000 iscritti a Milano), con Pisapia si è perlomeno avviato un processo di ascolto.

Il punto, comunque, è che i lavoratori autonomi sono diventati precari. Restando a Milano, il sociologo Aldo Bonomi ha appena realizzato una ricerca per la Camera di Commercio dalla quale emerge che metà dei liberi professionisti ha visto, negli ultimi anni, peggiorare nettamente le proprie condizioni di vita.

Del resto, l’avevamo già sottolineato qualche post fa. Secondo un recente sondaggio su scala nazionale realizzato da Demos-Coop e condotto da Ilvo Diamanti, infatti: a) per la prima volta da decenni, la quantità d’ italiani che si sente parte della classe operaia o dei ceti popolari supera numericamente coloro che si definiscono ceto medio: 48,3% contro 42,8%; b) solo il 6% trova ancora la forza di definirsi “borghesia”; c) il 44% dei liberi professionisti definisce la propria condizione “precaria”.

Che lezioni trarre da tutto questo? Ci sarebbe moltissimo da approfondire ma, nel frattempo, possiamo indicare tre elementi:

a) la “cetomedizzazione” della società italiana – di cui parlava, un millennio fa, il sociologo Giuseppe De Rita – è finita; ora sta avvenendo il processo inverso, ovvero l’estinzione della classe media;
b) quando si parla di lavoro precario, la distinzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo costituisce sempre più un intralcio: uno schematismo scollegato dalla quotidianità bio-politica e che il nascente movimento dei precari, non a caso, ha già superato;
c) per vincere le elezioni, il centrosinistra non deve convincere “i moderati” ma, molto più prosaicamente, deve saper parlare al nuovo mondo del lavoro, comprenderne le esigenze concrete.

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