La guerra in Libia si fonda su menzogne (e non è solo questione di pacifismo)

22/03/2011
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Diciamo NO alla guerra in Libia.
Non è solo questione di pacifismo. Anzi, in questo momento – almeno dinanzi a questo caso specifico – l’imperativo morale che è a fondamento del pacifismo non aiuta granché a comprendere o ad argomentare.
Il problema principale, infatti, è quanto l’intervento in Libia sia fondato su menzogne, a cominciare dalla presunta motivazione “umanitaria” dell’intervento militare.
Il secondo problema è che, qualora la coalizione a guida anglo-francese dovesse vincere, per la popolazione di quel paese si prospetterebbe un peggioramento delle condizioni di vita.
Ma procediamo con ordine.

Chi c’è dietro le rivolte del Nord Africa?
Abbiamo scritto due settimane fa che certe teorie complottiste che girano in Rete – secondo le quali le rivolte in Nord Africa sarebbero state provocate dagli Stati Uniti – non si fondano su prove certe. Sappiamo però che: a) gli insorti dell’Egitto hanno avuto, a un certo punto, contatti coi militari americani; b) alcuni dei suddetti insorti, altresì, si sono ispirati a Gene Sharp, la figura teorica che sta dietro alle rivoluzioni pro-capitaliste finanziate in tutto il mondo dal miliardario George Soros.
Dunque, possiamo supporre che le rivolte siano partite da una condizione di precarietà di massa (soprattutto all’inizio, cioè in Tunisia) ma possiamo altresì supporre che, almeno da un certo punto in poi, gli Stati Uniti siano riusciti a cavalcare ed etero-dirigere il processo politico generale.
Nel caso dell’insurrezione in Libia (o per meglio dire in Cirenaica), le cose risultano più complesse giacché oltre agli americani e ai francesi, un ruolo attivo nel diffondere notizie false è stato svolto dalle emittenti all-news Al Jazeera e Al Arabiya. Dunque, parrebbe esserci anche una partita tutta interna al mondo arabo.

Bombardamenti sui manifestanti e fosse comuni: una valanga di menzognesarkozy

Gheddafi è un dittatore e, in passato, è ricorso a pratiche di sterminio per debellare i suoi oppositori. Il problema è che, in questa circostanza, i media di tutto il mondo hanno diffuso menzogne. Queste ultime sono state lanciate in prima battuta da Al Jazeera e, immediatamente dopo, sono state propagate su scala globale.
Le menzogne principali sono due: l’esistenza di fosse comuni in cui venivano sepolti gli oppositori e il bombardamento aereo delle manifestazioni di protesta da parte del governo libico. Che si trattasse di menzogne è stato costretto a scriverlo perfino l’inviato a Tripoli di Repubblica, Vincenzo Nigro (dico “costretto” perché il giornale scalfariano è nettamente a favore dell’intervento militare).
Malgrado l’evidente mendacità, la storia dei bombardamenti sui manifestanti ha svolto una funzione politica centrale. È soprattutto grazie a questa frottola, infatti, che si sono create le condizioni per quella risoluzione 1973 dell’ONU che sta fornendo, proprio in questo momento, copertura giuridica all’intervento militare.

La motivazione “umanitaria” dell’intervento: ancora menzogne
Secondo le parole di Barack Obama, di David Cameron, di Nicholas Sarkozy – e, ahimè, di Giorgio Napolitano – questo intervento militare nasce per ragioni umanitarie. Ovvero per impedire che un dittatore, Muhammar Gheddafi, continui a compiere stragi indiscriminate nei confronti della propria popolazione.
Motivazioni nobili, insomma. È davvero un peccato, pertanto, che non ci sia quasi niente di vero.
In primis, le “stragi” in questione sono – come accennato sopra – in larga misura menzogne fabbricate da Al Jazeera. In secondo luogo, appare evidente come in Libia sia in corso una guerra più che altro etnico-tribale: una sorta di separatismo della componente cirenaica (est) del paese. La situazione nella capitale e in Tripolitania (ovest), difatti, non lascia trasparire alcuna rivoluzione sociale in atto.
Ad ogni modo, anche se vi fossero una guerra civile o una rivoluzione a tutti gli effetti, il doppiopesismo dell’alleanza occidentale risulterebbe comunque smaccato e stomachevole. Soltanto pochi giorni fa, il governo dello Yemen ha massacrato i propri cittadini che, in piazza, chiedevano riforme democratiche. Analoga situazione si è verificata in Bahrein. Perché in quei paesi non si interviene? Risposta: perché è la Libia che interessa veramente. La Libia, che non è sotto l’influenza geopolitica dell’Occidente. La Libia, che ha potenzialità di estrazione petrolifera ancora non del tutto utilizzate.

Avete mai incontrato immigrati libici?
Ciascuno di noi, nella vita, ha conosciuto immigrati marocchini, tunisini, algerini ed egiziani. A quanti di voi, cari lettori, è capitato d’incontrare immigrati libici? Beh, immagino che sia capitato a pochi. Una delle motivazioni è legata al fatto che, sul piano economico, il regime dittatoriale di Gheddafi ha saputo operare una certa distribuzione della ricchezza: un cittadino libico, finora, ha infatti goduto di un reddito medio tre-quattro volte superiore a quello di un cittadino egiziano. Ciò è stato possibile grazie alla nazionalizzazione del petrolio voluta dal Colonello nel 1970.
Orbene, se la coalizione anglo-francese dovesse vincere, pensate che quel petrolio resterà di proprietà pubblica? O piuttosto finirà in mano alle multinazionali come avvenuto in Iraq? E, in tal caso, il reddito pro capite della popolazione libica aumenterà o diminuirà?
Ovviamente, si tratta di domande retoriche. Il punto è che non c’è nulla di “umanitario” nel disarcionare un dittatore per poi consegnare un paese – e le sue risorse – alle multinazionali. Se la dittatura è un crimine, peggiorare il tenore di vita di una popolazione rappresenta un crimine non certo inferiore.

Il PD e l’attrazione fatale per le guerre “di sinistra”
Sabato si svolgerà a Roma una manifestazione contro l’intervento militare in Libia. Parteciperanno, grazie a Dio, numerosi militanti e dirigenti del Partito Democratico.
Ciò malgrado, la segreteria nazionale del PD si è decisamente schierata a favore dell’intervento militare. Questo per due motivi:
a) come nel caso dei bombardamenti sulla Serbia nel 1999, questa guerra viene interpretata da alcuni come una guerra “di sinistra”; essa nasce cioè sotto l’egida di un Presidente americano democratico e, soprattutto, esprime un processo politico gestito – a differenza delle guerre dell’Era Bush – entro un paradigma multilaterale (UE, USA, ONU e Lega Araba);
b) questa guerra, secondo i dirigenti PD, va sostenuta anche per ragioni interne: essa sta infatti mettendo in seria difficoltà il governo Berlusconi (a causa dei pregressi legami fra quest’ultimo e Gheddafi).
Questa posizione politica del PD è in verità molto, molto azzardata. Bisognerebbe, infatti, considerare due ipotesi: a) se le risorse petrolifere dovessero finire sotto il controllo egemonico della Francia; b) se l’ondata di profughi verso l’Italia dovesse aumentare a dismisura. Ebbene, in tali casi la posizione interventista potrebbe rivelarsi un boomerang per chi l’ha sostenuta. Ora, dal momento che le due ipotesi di cui sopra sono tutt’altro che fantasiose, pensiamo che il PD farebbe meglio ad assumere un approccio più riflessivo e ponderato.
Qui non si tratta di essere a priori contro gli interventi armati: l’invio del contingente militare in Libano voluto da D’Alema e Prodi nel 2007, per esempio, contribuì a fermare una guerra.
Ma il caso specifico della Libia ha ben poco di ragionevole. Può sembrare strano, ma stavolta la critica da rivolgere al PD non è inerente al moderatismo, bensì al radicalismo. Un radicalismo interventista che potrebbe, sul lungo termine, provocar danni a colui che se ne è reso alfiere.

Contestare Sarkozy, con modalità diverse dal passato
Questa guerra è tutta interna all’Europa. Obama vi è stato, per certi aspetti, trascinato dentro. La cosa più sciocca e puerile, dunque, sarebbe scendere in piazza al grido di “yankee go home”. In questa partita intra-europea, il problema consta del trovare il modo di contestare chi ha voluto accendere la miccia, vale a dire il governo francese.
Fino a pochi giorni fa Nichlolas Sarkozy viaggiava, in Francia, su sondaggi di popolarità a dir poco catastrofici. Pertanto, non è affatto azzardato ipotizzare ch’egli abbia voluto questa guerra anche e soprattutto in vista delle elezioni presidenziali del 2012.
Il problema è che le modalità classiche di opposizione alla guerra – la sfilata pacifista – non servono a nulla. Lo abbiamo amaramente imparato dopo la manifestazione mondiale contro la guerra in Iraq svoltasi il 15 febbraio 2003: 12 milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo e zero risultati.
Il tema del come opporsi alla guerra rappresenta dunque un campo aperto, un terreno di riflessione, studio e sperimentazione sul quale occorre ripartire da zero, rottamando le pratiche rituali e testimoniali finora utilizzate.

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