Quanti sms inviamo e riceviamo in un giorno? E quante mail? Quanti scambi quotidiani, inoltre, intratteniamo su Facebook o sugli altri social network?
Si tratta di domande retoriche, naturalmente. Infatti, è ormai chiaro come la vita di noi tutti sia definitivamente caratterizzata da uno stato di connessione permanente. I nostri corpi sono cioè intrecciati a protesi tecnologiche – pc, cellulari, ecc. – che hanno reso egemone e onnipervasiva la filosofia dell’Always-ON, ovvero dell’esser “sempre connessi”.
Questa mutazione antropologica, si sa, ha trovato moltissimi aedi e apologeti. Io, pur vivendo buona parte della giornata online, non sono fra questi. Mai come nell’Era della Connettività, infatti, gli esseri umani sono stati più soli.
Basti pensare alla condizione precaria. Noi lavoratori precari riceviamo e inviamo centinaia di sms e mail giornalieri. Ma siamo soli – integralmente, irrimediabilmente soli – nel rapporto con il mercato del lavoro. Senza reti di protezione. Senza una comunità che metta in atto forme mutualistiche di sostegno a chi rimane sotto la soglia di sopravvivenza economica.
Più in generale, il tessuto comunitario e relazionale delle città e dei territori si è reso evanescente. La solitudine di chi perde lavoro, di chi si ammala, di chi cade in depressione, di chi si ritrova indebitato, non è mai stata così assoluta.
Così ontologica.
Ora, potrete trovarvi d’accordo o meno con quanto appena detto, ma il film Buried parla esattamente di tutto ciò. In breve, trattasi di un thriller ambientato – per l’intera ora e mezzo della sua durata – all’interno di una bara.
La trama: un autotraspostartore americano che lavora in Iraq viene rapito dai guerriglieri e, quindi, sepolto vivo ai fini dell’ottenimento d’un riscatto. All’interno della bara, il protagonista (l’ottimo Ryan Reynolds) ha con sé un accendino e, soprattutto, un cellulare. Quest’ultimo, ebbene, è il dispositivo attorno a cui viene intessuta tutta quanta la narrazione. Per tutti i 90 minuti del film, vediamo il poveretto tentare di comunicare coi rapitori iracheni, con le forze di sicurezza americane, con i famigliari, con i datori di lavoro. Ogni tentativo genera però un esito frustrante. Nel corso delle telefonate, infatti, egli riesce a riscontrare soltanto distanza, formalismo relazionale, indifferenza verso la condizione in cui si trova e, soprattutto, cinismo politico da parte delle autorità.
Per un’ora e mezzo, insomma, vediamo un uomo comunicare al cellulare con esponenti di quel sistema sociale di cui anch’egli fa parte. Per un’ora e mezzo, parimenti, vediamo un uomo condannato alla solitudine più assoluta.
Badate bene, qui non si tratta di fare l’esegesi “colta” di un film di genere thriller: no, Buried è un film convintamene e prioritariamente politico. L’intento metaforico dell’opera, per capirci, si disvela in tutta la sua pienezza durante l’agghiacciante colloquio telefonico fra il protagonista e il suo datore di lavoro: una scena che, da sola, ha valore di denuncia sociale più di tutti i film sul lavoro – tra quelli dell’ultimo decennio – messi assieme.
Certo, ci sarebbe molto da dire anche sul piano estetico e formale. Il fatto che sia il primo film interamente girato con una telecamera semovente infilata in una bara, per esempio. Oppure i forti rimandi a Franz Kafka sul piano letterario e quelli ad Alfred Hitchcock sul piano cinematografico.
Ma la cosa più importante di un’opera artistica credo consti della sua capacità di esprimere sinteticamente – o in alcuni casi anticipare – il proprio tempo storico. E Buried riesce ad assolvere puntualmente a tale funzione. Raccontandoci la nostra epoca. L’epoca in cui ogni uomo e ogni donna vivono immersi nel grande paradosso: sempre connessi, ma sempre soli.
PS:
Va infine ricordato che il regista del film – Rodrigo Cortes – è spagnolo, mentre la produzione è ispano-americana. E dunque: la Spagna produce film “di genere” dotati di enorme spessore politico e poi li esporta all’estero – potenziando così la propria industria cinematografica. L’Italia, intrappolata da trent’anni in commedie aventi come tema la borghesia di sinistra in crisi, produce invece operette che si spacciano come politicamente impegnate ma che nessun distributore estero, giustamente, si sogna di acquistare.












